Pubblicato il Marzo 12, 2024

L’idea che la programmazione manuale di un cobot sia la soluzione magica per la flessibilità produttiva è un mito. La vera agilità per una PMI deriva non da come si programma il robot, ma da come lo si integra strategicamente nel flusso di lavoro.

  • Fissare un cobot a terra è spesso un errore: le isole mobili possono servire più macchine, moltiplicando il ROI.
  • La vera flessibilità nasce dalla combinazione del cobot con metodologie come lo SMED per ridurre i tempi di cambio formato.

Raccomandazione: Smetti di pensare al cobot come a un singolo macchinario e inizia a considerarlo come uno strumento versatile da inserire in una strategia di automazione flessibile e mobile.

L’immagine di un operatore che sposta con facilità il braccio di un robot per insegnargli un nuovo compito è diventata il simbolo dell’automazione accessibile. Per un piccolo imprenditore o un artigiano, bombardato da promesse di produttività e spaventato dalla complessità della robotica tradizionale, l’idea di “programmare a mano” un cobot (robot collaborativo) sembra la risposta a ogni preghiera. È semplice, intuitivo e non richiede un ingegnere informatico a tempo pieno. Ma è questa la verità completa? La semplicità della programmazione manuale è davvero il segreto per sbloccare quella flessibilità produttiva che permette a una piccola impresa di competere con i grandi?

La realtà è più sfumata e, per fortuna, molto più potente. Affidarsi unicamente alla guida manuale è come usare uno smartphone di ultima generazione solo per telefonare: funziona, ma si sta sprecando il 99% del suo potenziale. La vera rivoluzione del cobot per le PMI non risiede nella sua apparente semplicità di programmazione, ma nella sua capacità di diventare un alleato strategico, uno strumento multi-uso intelligente che si adatta ai processi esistenti. Questo però richiede un cambio di mentalità: smettere di vederlo come un sostituto dell’uomo e iniziare a pensarlo come un’estensione potenziata delle capacità dell’operatore.

Questo articolo si propone di andare oltre il mito della “programmazione facile”. In qualità di tecnico dimostratore, il mio obiettivo è guidarti attraverso le vere leve della flessibilità che un cobot può offrire. Esploreremo come, passando dalla logica del “robot fisso” a quella dell'”isola mobile”, e integrando concetti come lo SMED e la manutenzione predittiva, il tuo cobot possa trasformarsi da semplice esecutore a vero motore della tua agilità produttiva.

Per capire come trasformare un cobot in un vero vantaggio competitivo, analizzeremo insieme i punti chiave che fanno la differenza tra un semplice acquisto tecnologico e un investimento strategico. Esploreremo le scelte tecniche, i cambi di mentalità necessari e le opportunità concrete per la tua officina.

Sommario: Cobot: la guida completa alla flessibilità oltre la programmazione manuale

SMED e Cobot: come passare dalla produzione A alla B in 10 minuti grazie al robot flessibile

La vera flessibilità in una piccola produzione non si misura solo nella velocità di esecuzione di un singolo compito, ma nel tempo necessario a passare da un lotto di produzione a un altro. Qui entra in gioco il concetto di SMED (Single-Minute Exchange of Die), una metodologia nata per ridurre drasticamente i tempi di cambio formato. Tradizionalmente, questa è un’attività manuale, lunga e soggetta a errori. Un cobot, se visto come un semplice braccio, non cambia la situazione. Ma se integrato in una strategia SMED, diventa un game-changer.

Immagina di dover cambiare la produzione da un pezzo A a un pezzo B. Invece di avere un operatore che smonta maschere, regola sensori e riposiziona guide, il cobot può essere programmato per eseguire in autonomia gran parte di queste attività “interne”. Può posizionare nuove griffe, spostare riferimenti meccanici o persino eseguire cicli di pulizia. Il tempo di fermo macchina si riduce drasticamente perché le operazioni di setup diventano rapide, ripetibili e standardizzate. L’azienda Luxinox, specializzata in componenti in acciaio, ha dimostrato come l’implementazione dello SMED con il coinvolgimento degli operatori porti a rispondere più velocemente ai clienti senza costi aggiuntivi.

L’obiettivo è trasformare il “cambio lotto” da un male necessario a una rapida routine. Diverse esperienze sul campo dimostrano che è possibile ottenere anche un 50% di riduzione del tempo di cambio formato, come evidenziato in un caso studio di una vetreria italiana che ha implementato proprio la metodologia SMED. Il cobot non è più solo un produttore, ma un facilitatore di agilità, permettendo alla tua azienda di accettare piccoli lotti con la stessa efficienza dei grandi.

Pinze pneumatiche o elettriche: quale scegliere per manipolare oggetti delicati o irregolari?

Un cobot senza la giusta pinza (o gripper) è come un artigiano senza le sue mani. La scelta di questo componente fondamentale è tutt’altro che banale e determina ciò che il robot potrà effettivamente fare. La domanda non è “quale pinza è la migliore?”, ma “quale pinza è la migliore per il *mio* prodotto e il *mio* ambiente?”. Le due grandi famiglie sono le pinze pneumatiche e quelle elettriche, con differenze sostanziali in termini di controllo, pulizia e applicazione.

Le pinze pneumatiche sono la scelta tradizionale: potenti, veloci, relativamente economiche e robuste. Sono ideali per afferrare oggetti pesanti o in ambienti “sporchi”, come nel distretto della ceramica di Sassuolo, dove la presenza di polveri e la necessità di una presa salda su materiali fragili le rendono perfette. Il loro limite? Un controllo della forza limitato e la necessità di un impianto di aria compressa. Le pinze elettriche, invece, sono il simbolo della robotica moderna. Offrono un controllo preciso della forza e della posizione, sono più silenziose e non richiedono infrastrutture esterne. Questo le rende la scelta d’elezione in settori dove la delicatezza e la pulizia sono cruciali, come nel distretto biomedicale di Mirandola, dove manipolare componenti sterili con feedback di forza integrato è un requisito non negoziabile.

La scelta dipende quindi dal contesto specifico, come dimostra l’industria automotive torinese che spesso adotta soluzioni miste per gestire la grande varietà di componenti. Non esiste una risposta unica, ma un’analisi attenta del proprio processo produttivo.

Confronto pinze per settori industriali italiani
Settore Tipo di pinza preferito Motivazione Requisiti specifici
Distretto ceramica Sassuolo Pneumatiche custom Presenza polveri, fragilità materiali Resistenza contaminazione, facilità pulizia
Biomedicale Mirandola Elettriche con controllo forza Precisione, ambiente sterile Certificazione camera bianca, feedback forza integrato
Automotive Torino Misto pneumatiche/elettriche Varietà componenti Cambio rapido utensile, robustezza

Il distretto biomedicale di Mirandola è il più importante in Europa e terzo al mondo per dispositivi monouso, con oltre 500 aziende attive e 17.000 dipendenti

– Confindustria Dispositivi Medici, Il Sole 24 Ore – Biomedical Industry Report

Isole mobili: l’errore di fissare il cobot a terra quando potresti usarlo su 3 macchine diverse

Uno degli errori più comuni e costosi che vedo commettere è trattare un cobot come un robot industriale tradizionale: avvitarlo saldamente a terra in una postazione fissa. Se per un’applicazione dedicata e continua questo può avere senso, per una PMI che cerca flessibilità è un’enorme occasione sprecata. La vera svolta è pensare in termini di isole mobili: montare il cobot su una piattaforma carrellata, robusta e dotata di sistemi di sicurezza, per poterlo spostare dove serve, quando serve.

Immagina di avere tre macchine a controllo numerico che lavorano con cicli diversi. Un cobot fisso potrebbe servire solo una di esse, rimanendo magari inattivo per parte del tempo. Un’isola mobile, invece, può essere spostata da una macchina all’altra in base alle necessità produttive. Oggi può caricare e scaricare la macchina A, domani asservire la macchina B e venerdì occuparsi del controllo qualità sulla macchina C. L’investimento viene ammortizzato molto più rapidamente perché il tasso di utilizzo del robot schizza alle stelle. Questo approccio trasforma il cobot da un costo fisso di linea a una risorsa flessibile di reparto.

Ovviamente, la mobilità introduce complessità legate alla sicurezza e alla precisione. L’isola deve essere progettata a norma, con laser scanner che monitorano l’area circostante e sistemi di docking meccanico (spine di centraggio a pavimento) che garantiscono un riposizionamento preciso e ripetibile. Dei marker visivi possono poi permettere al sistema di visione del cobot di ricalibrarsi automaticamente in pochi secondi. È un piccolo investimento ingegneristico iniziale che sblocca un potenziale di flessibilità enorme, trasformando radicalmente il layout e la logica della tua officina.

Robot collaborativo montato su piattaforma mobile in un'officina meccanica italiana

Ripetibilità del cobot: quando la precisione di +/- 0.1mm non basta per il tuo assemblaggio

Tutti i produttori di cobot vantano una specifica tecnica chiamata “ripetibilità”, spesso nell’ordine di ±0.1 mm o addirittura inferiore. Questo valore indica la capacità del robot di tornare esattamente nello stesso punto più e più volte. Per moltissime applicazioni, come il carico/scarico di macchine, la pallettizzazione o l’incollaggio, questa precisione è più che sufficiente. Ma cosa succede quando devi assemblare componenti elettronici, inserire un perno in un foro con tolleranze strettissime o eseguire un controllo qualità dimensionale?

In questi casi, la sola ripetibilità intrinseca del robot non basta. Bisogna distinguere tra ripetibilità e accuratezza assoluta. Il cobot è ripetibile, ma la sua posizione nello spazio può essere influenzata da mille fattori: piccole variazioni nella posizione del pezzo da afferrare, imprecisioni della maschera di supporto, o persino dilatazioni termiche. Ecco perché, per compiti di alta precisione, il cobot deve essere “aumentato” con sistemi di intelligenza esterna. Un sistema di visione 2D o 3D può identificare l’esatta posizione e orientamento del pezzo, comunicando al robot le coordinate precise per una presa o un inserimento perfetto, compensando così ogni piccola variabilità.

Inoltre, l’uso di sensori di forza/coppia nel polso del robot permette di eseguire inserimenti “a tastoni”, sentendo la resistenza e correggendo la traiettoria in tempo reale, proprio come farebbe un operatore umano. L’intelligenza artificiale sta giocando un ruolo sempre più importante in questo campo, con algoritmi che imparano dai tentativi per ottimizzare i percorsi. Non a caso, secondo i dati ISTAT, l’8,2% delle imprese italiane utilizza tecnologie di IA nel 2024, un trend in crescita anche nella manifattura. Quindi, se la precisione è il tuo cruccio, non guardare solo la scheda tecnica del cobot: la soluzione è quasi sempre nell’intelligenza che gli costruisci attorno.

Usura dei riduttori: come capire se il tuo cobot sta perdendo precisione prima che sbagli

Un cobot è una macchina di precisione e, come ogni macchina, è soggetta a usura. I suoi “muscoli e articolazioni” sono i riduttori, componenti meccanici sofisticati che permettono movimenti fluidi e precisi. Con il tempo e l’uso intensivo, questi componenti possono sviluppare un gioco meccanico (backlash) che degrada progressivamente la ripetibilità del robot. Il problema è che questa perdita di precisione è lenta e insidiosa. All’inizio non te ne accorgi, ma un giorno il robot inizia a sbagliare un posizionamento, a graffiare un pezzo o a mancare un inserimento. A quel punto, il danno è fatto.

Come un artigiano esperto “sente” il suo utensile, dobbiamo imparare a monitorare la “salute” del nostro cobot. Aspettare il guasto non è una strategia. È fondamentale implementare una routine di controlli per intercettare i primi segni di usura. Questo non richiede necessariamente sensori costosi, ma una metodologia rigorosa. Ad esempio, è buona prassi eseguire un test di ripetibilità automatico a inizio turno, usando un punto di riferimento fisso, e registrare eventuali scostamenti nel tempo. Monitorare la corrente assorbita dai motori tramite i log del controller può rivelare uno sforzo anomalo, sintomo di un problema meccanico incipiente.

Questo approccio, noto come manutenzione predittiva, è al centro della trasformazione verso l’Industria 5.0. L’obiettivo è passare da una manutenzione reattiva (“riparo quando si rompe”) a una proattiva (“intervengo prima che si rompa”).

Studio di caso: B.Braun e la Manutenzione Predittiva 5.0

L’azienda B.Braun Avitum, situata nel cuore del distretto biomedicale modenese, è un esempio emblematico di questa filosofia. È diventata un punto di riferimento europeo per l’Industria 5.0 proprio implementando sistemi di manutenzione predittiva sui suoi cobot. Monitorando in tempo reale parametri come vibrazioni e temperature dei riduttori, l’azienda è in grado di prevedere l’usura dei componenti meccanici e pianificare interventi mirati, evitando fermi linea imprevisti e garantendo una qualità costante, un requisito non negoziabile nel settore medicale.

Piano d’azione: test di routine per monitorare la salute del cobot

  1. Eseguire test di ripetibilità a inizio turno con waypoint di riferimento fissi.
  2. Monitorare la corrente assorbita dai motori tramite i log interni del controller per rilevare picchi anomali.
  3. Verificare il gioco meccanico dei giunti con un leggero movimento manuale in modalità “freedrive” a robot spento.
  4. Registrare e confrontare i tempi di ciclo con una baseline iniziale per identificare rallentamenti progressivi.
  5. Controllare la temperatura dei riduttori con un termometro a infrarossi dopo cicli di lavoro intensivi.
  6. Pianificare una revisione preventiva da parte di tecnici specializzati ogni 35.000 ore di funzionamento, come da manuale.

L’errore di trattare il cobot come un robot industriale: come cambiare la mentalità in fabbrica

Il più grande ostacolo all’adozione efficace di un cobot spesso non è tecnico, ma culturale. Per decenni, l’automazione industriale è stata sinonimo di robot grandi, veloci, pericolosi e chiusi dentro gabbie di sicurezza. Questi robot sono stati progettati per sostituire l’uomo in compiti ripetitivi e pesanti. Trattare un cobot con la stessa mentalità è un errore fondamentale che ne limita enormemente il potenziale. Un cobot non è una versione più piccola di un robot industriale; è una categoria completamente nuova di strumenti, progettata per collaborare con l’uomo, non per rimpiazzarlo.

Cambiare questa mentalità in fabbrica è cruciale. L’operatore non deve vedere il cobot come una minaccia o un concorrente, ma come un “terzo braccio” instancabile e preciso che si occupa dei compiti noiosi, faticosi o poco ergonomici, lasciando a lui la parte più intelligente del lavoro: il controllo qualità, la gestione delle eccezioni, la risoluzione dei problemi. Quando gli operatori vengono coinvolti nel processo di automazione, diventano i migliori programmatori e ottimizzatori del cobot, perché nessuno conosce il processo meglio di loro. Contrariamente a un luogo comune, i lavoratori sono spesso i primi a riconoscere questo potenziale.

L’83% dei lavoratori italiani considera la robotica collaborativa un’opportunità, non una minaccia. Nei prossimi 10 anni un quarto della forza lavoro sarà affiancato da cobot.

– Enrico Rigotti, Universal Robots – Rapporto Automazione Italia 2025

Questo cambio di paradigma porta a risultati tangibili. Le aziende che riescono a creare una vera sinergia uomo-macchina vedono non solo un aumento della produttività, ma anche un miglioramento del morale e della sicurezza sul lavoro. Come dimostrato da un’indagine europea, l’89% delle aziende che adottano cobot registra aumenti di produttività compresi tra il 10% e il 25%, proprio grazie a questa collaborazione potenziata.

Come collegare i modelli predittivi al vecchio SCADA senza fermare la linea

Hai investito in un cobot, hai raccolto dati, hai persino sviluppato un modello di manutenzione predittiva che ti avvisa quando un riduttore sta per usurarsi. Fantastico. Ora, come fai a integrare questa nuova intelligenza con il resto della tua fabbrica, in particolare con quel vecchio sistema SCADA (Supervisory Control and Data Acquisition) che controlla la linea da vent’anni? La paura di dover “fermare tutto” per aggiornare l’infrastruttura è un freno enorme per molte PMI.

La buona notizia è che non è necessario sradicare il vecchio per far posto al nuovo. Esistono diverse soluzioni di “interconnessione” che permettono ai sistemi moderni di dialogare con quelli più datati, con diversi livelli di costo e complessità. L’obiettivo è creare un ponte che permetta al modello predittivo (spesso residente su un PC o in cloud) di inviare un segnale o un allarme al sistema SCADA centrale, senza dover riscrivere una sola riga del vecchio software. Questo è un requisito fondamentale anche per accedere agli incentivi del Piano Transizione 4.0/5.0, che premiano l’interconnessione dei beni.

Le soluzioni possono variare da un semplice scambio di segnali digitali (la soluzione più economica ma meno “parlante”) a gateway di protocollo più sofisticati. Ad esempio, un gateway OPC-UA può tradurre i dati del mondo IT (il tuo modello predittivo) nel linguaggio del mondo OT (Operational Technology, il tuo SCADA), garantendo una comunicazione bidirezionale e sicura. La scelta dipende dal livello di integrazione desiderato e dal budget, ma il punto chiave è che l’incompatibilità non è più una scusa valida per rimandare l’innovazione.

Soluzioni di interconnessione per Transizione 4.0/5.0
Soluzione Costo Complessità Idoneità incentivi 4.0/5.0
Gateway OPC-UA €€€ Media Ottima – bidirezionale
Convertitore Modbus/Profinet €€ Bassa Buona – standard industriale
Scambio segnali I/O digitali Minima Sufficiente se tracciato
Integrazione cloud completa €€€€ Alta Eccellente – Industry 5.0

Punti chiave da ricordare

  • La vera flessibilità del cobot risiede nella sua mobilità: un’isola mobile serve più macchine e massimizza il ritorno sull’investimento.
  • La scelta della pinza (gripper) è cruciale e deve essere guidata dalle specifiche del prodotto e dell’ambiente, non da un criterio assoluto di superiorità tecnologica.
  • La sicurezza in un’applicazione collaborativa non è mai un dato di fatto, ma il risultato di una scrupolosa analisi dei rischi che considera l’applicazione nel suo insieme (cobot + utensile + pezzo).

Cobot in linea di produzione: come garantire la sicurezza degli operatori secondo la Direttiva Macchine?

La parola “collaborativo” può essere fuorviante. Non significa che un cobot sia intrinsecamente sicuro in ogni situazione. Significa che è *progettato con funzioni di sicurezza* che ne *permettono* l’uso in prossimità dell’uomo, a patto che venga eseguita una rigorosa analisi dei rischi. Questa è una responsabilità non delegabile dell’azienda che integra il cobot, la quale, secondo la Direttiva Macchine, diventa “costruttore dell’insieme”. In parole povere: se acquisti un cobot certificato CE e ci monti una lama affilata, l’intera “isola robotizzata” non è più sicura e la responsabilità è tua.

La normativa UNI EN ISO 10218-2 definisce le linee guida e le quattro modalità di collaborazione sicura: la limitazione di forza e potenza (il robot si ferma se incontra un ostacolo), il monitoraggio della velocità e della separazione (il robot rallenta o si ferma quando l’operatore si avvicina), l’arresto monitorato di sicurezza e la guida manuale. La scelta della modalità e l’eventuale necessità di protezioni aggiuntive (come barriere immateriali o laser scanner) dipendono dall’applicazione specifica. Un cobot che manipola un uovo non presenta gli stessi rischi di uno che sposta un blocco di metallo appuntito.

La sicurezza non è un optional, ma il fondamento di una collaborazione efficace. Un operatore che non si fida del robot che ha al suo fianco lavorerà peggio, con più stress e meno efficienza. Investire tempo e risorse in una corretta analisi dei rischi e nell’implementazione delle giuste misure di sicurezza non è solo un obbligo di legge, ma la condizione necessaria per sbloccare i veri benefici della robotica collaborativa. Fortunatamente, lo Stato italiano supporta questi investimenti: secondo il Piano Transizione 5.0, è possibile ottenere dal 35% al 45% di credito d’imposta per investimenti in cobot effettuati nel biennio 2024-2025, a patto che rispettino i criteri di interconnessione e sicurezza.

Per navigare correttamente le normative, è indispensabile rivedere i principi fondamentali per garantire la sicurezza degli operatori.

Domande frequenti sulla programmazione e sicurezza dei cobot

Chi è responsabile della certificazione CE quando si integra un cobot?

L’azienda che integra il cobot diventa ‘costruttore’ dell’isola robotizzata e deve redigere la Dichiarazione CE di Conformità dell’Insieme, anche se il cobot è già certificato.

Quali sono le 4 modalità di collaborazione uomo-robot previste dalla normativa?

Power and force limiting (limitazione forza/potenza), Speed and separation monitoring (monitoraggio velocità e separazione), Safety-rated monitored stop (arresto monitorato di sicurezza), Hand guiding (guida manuale).

È sempre possibile eliminare le barriere di sicurezza con un cobot?

No, dipende dall’analisi dei rischi specifica. Se il cobot monta utensili pericolosi o lavora con carichi pesanti, potrebbero essere necessarie protezioni aggiuntive come laser scanner o barriere parziali.

Scritto da Roberto Moretti, Ingegnere dell'Automazione Industriale specializzato in Industry 4.0 e tecnologie IoT per il manifatturiero. Esperto nell'integrazione tra sistemi OT (PLC, SCADA) e IT, con focus su manutenzione predittiva e machine learning applicato.