Pubblicato il Maggio 15, 2024

L’adozione del passwordless non è più una questione tecnica, ma una scelta strategica per ridurre i costi operativi e aumentare la sicurezza, a patto di gestire correttamente i rischi legali e umani specifici del contesto italiano.

  • Le password complesse e l’MFA via SMS non bastano a fermare il +65% di attacchi cyber registrati in Italia.
  • La biometria è sicura solo se il dato non lascia mai il dispositivo (Secure Enclave), un punto chiave per rassicurare dipendenti e sindacati.
  • Le chiavi FIDO2 rappresentano il gold standard per la resistenza al phishing e sono essenziali per il personale ad alto rischio (es. commerciali in mobilità).

Raccomandazione: Adottare un approccio ibrido. Implementare la biometria per l’accesso quotidiano a basso rischio e fornire chiavi fisiche FIDO2 per gli account critici e come metodo di recupero, il tutto orchestrato da una solida policy MDM.

La scena è fin troppo familiare per ogni CTO: una notifica dall’help desk segnala l’ennesimo ticket per “password dimenticata”. Un costo operativo costante, una frustrazione per i dipendenti e, soprattutto, un anello debole nella catena della sicurezza aziendale. Per anni, la risposta è stata l’imposizione di password sempre più complesse, lunghe e arzigogolate, abbinate a un’autenticazione a più fattori (MFA) che spesso si traduce in un fastidioso codice via SMS. Ma questo approccio, oggi, è obsoleto e pericolosamente inefficace.

L’avvento del passwordless, basato su dati biometrici come impronte digitali e riconoscimento facciale, o su chiavi di sicurezza fisiche (FIDO2), promette di rivoluzionare questa dinamica. Offre un’esperienza utente fluida, quasi istantanea, eliminando la principale fonte di vulnerabilità: l’errore umano. Eppure, la transizione solleva dubbi legittimi, specialmente nel contesto normativo e culturale italiano. “Dove finisce la mia impronta digitale?” è una domanda che un dipendente si porrà. “Come garantisco l’accesso a un commerciale che perde il telefono aziendale?” è il quesito operativo che tiene sveglio un manager IT. E, soprattutto, “Come posso essere certo che questa tecnologia non venga raggirata?”.

Questo articolo supera la discussione superficiale su “password sì, password no”. Il vero nocciolo della questione non è se adottare il passwordless, ma come implementarlo in modo strategico. Non si tratta di una semplice scelta tecnologica, ma di un progetto organizzativo che deve bilanciare sicurezza a prova di phishing, usabilità impeccabile e, fattore cruciale, la piena conformità con le normative italiane sulla privacy e il lavoro, dialogando proattivamente con Garante e rappresentanze sindacali. Analizzeremo i protocolli di emergenza, le differenze operative tra le soluzioni e le policy concrete per trasformare una promessa tecnologica in un vantaggio competitivo tangibile e sicuro per l’azienda.

In questo approfondimento, esploreremo in dettaglio gli aspetti pratici e strategici per implementare un sistema di autenticazione passwordless efficace e sicuro. Dalla gestione delle resistenze interne alla scelta della tecnologia più adatta per ogni ruolo aziendale, troverete una guida completa per navigare questa trasformazione cruciale.

Perché la password complessa non basta più se non attivi l’MFA ovunque

L’idea che una password complessa sia un baluardo sufficiente è uno dei miti più pericolosi della cybersecurity moderna. Gli attaccanti non tentano più di “indovinare” le password con la forza bruta; utilizzano tecniche di social engineering e phishing sofisticate per rubare le credenziali direttamente agli utenti. Il contesto italiano è particolarmente allarmante: il +65% di attacchi cyber in Italia nel 2023 rispetto all’anno precedente, a fronte di una media globale dell’11%, dimostra una vulnerabilità sistemica. In questo scenario, affidarsi alla sola password equivale a lasciare la porta di casa aperta.

L’autenticazione a più fattori (MFA) è la risposta obbligata, ma non tutti i metodi MFA sono uguali. L’invio di codici monouso (OTP) via SMS, sebbene diffuso, è vulnerabile ad attacchi di SIM swapping, una tecnica in cui un malintenzionato riesce a trasferire il numero di telefono della vittima su una nuova SIM, intercettando così tutti i codici di sicurezza. Anche le app di autenticazione che generano codici a tempo (TOTP), pur essendo più sicure, possono essere aggirate tramite pagine di phishing ben congegnate che inducono l’utente a inserire sia la password sia il codice OTP.

La vera svolta è rappresentata dai metodi MFA resistenti al phishing, come le notifiche push con “number matching” (in cui l’utente deve digitare un numero visualizzato sullo schermo) e, soprattutto, lo standard FIDO2/WebAuthn. Quest’ultimo, basato su crittografia a chiave pubblica, lega l’autenticazione al dispositivo specifico e al sito web legittimo, rendendo tecnicamente impossibile per un sito di phishing intercettare e riutilizzare le credenziali. Per un CTO, smettere di pensare in termini di “complessità della password” e iniziare a ragionare in termini di “resistenza al phishing” del metodo di autenticazione è il primo, fondamentale cambio di paradigma.

Questo quadro dimostra che l’MFA non è un optional, ma una necessità critica. Il confronto tra i diversi metodi evidenzia una chiara gerarchia in termini di sicurezza, come illustra la seguente tabella basata sui dati e le analisi del settore.

Resistenza al phishing dei metodi MFA
Metodo MFA Resistenza Phishing Rischio Italia Raccomandazione
SMS OTP Bassa Alto (SIM swapping) Evitare
App TOTP Media Medio (phishable) Accettabile
Push con number matching Alta Consigliato Consigliato
FIDO2/WebAuthn Totale Nullo Gold standard

Passare a un’autenticazione forte non è solo una misura di sicurezza, ma un investimento sulla continuità operativa e sulla protezione del patrimonio informativo aziendale.

Come convincere i dipendenti a usare il FaceID sul telefono aziendale senza invadere la privacy

L’introduzione del riconoscimento facciale (FaceID) o dell’impronta digitale sui dispositivi aziendali si scontra spesso con una barriera invisibile ma potentissima: la diffidenza dei dipendenti. La paura che l’azienda possa raccogliere, archiviare e, peggio, utilizzare i loro dati biometrici per scopi di controllo è un ostacolo culturale e psicologico. Ignorare questa preoccupazione è il modo più rapido per far fallire un progetto di modernizzazione dell’autenticazione. Le sanzioni non mancano, come dimostrano i 4 provvedimenti sanzionatori nel febbraio 2024 per uso illecito di dati biometrici in contesti lavorativi, evidenziando quanto il tema sia sensibile per il Garante Privacy italiano.

La chiave per superare questa resistenza non è l’imposizione, ma l’educazione tecnologica. Il punto cruciale da comunicare è che le moderne tecnologie biometriche (come FaceID di Apple o le implementazioni equivalenti su Android) sono progettate attorno al concetto di Secure Enclave. Si tratta di un co-processore di sicurezza isolato dal resto del sistema, un vero e proprio “caveau” digitale all’interno del dispositivo. Quando un utente registra il proprio volto o la propria impronta, non è l’immagine a essere salvata, ma una sua rappresentazione matematica crittografata. Questo dato biometrico non lascia mai il Secure Enclave, non viene inviato ai server dell’azienda né a quelli del produttore. L’autenticazione avviene interamente in locale: il sistema confronta la scansione attuale con il template salvato nel caveau e invia all’applicazione solo un “sì” o un “no”.

Spiegare questo meccanismo in modo trasparente è fondamentale. Organizzare sessioni informative, magari con il supporto dell’ufficio legale e coinvolgendo le rappresentanze sindacali (RSU/RSA) fin dall’inizio, trasforma i detrattori in alleati. È essenziale sottolineare che questa tecnologia non è uno strumento di controllo, ma uno scudo contro il phishing e il furto di credenziali, che protegge tanto l’azienda quanto il dipendente stesso. Infine, la libertà di scelta è un principio irrinunciabile: offrire sempre un’alternativa sicura, come un PIN complesso a 6 o più cifre, per chi non si sente a proprio agio con la biometria, dimostra rispetto e rafforza la fiducia nell’iniziativa.

Un approccio trasparente e rispettoso è l’unica via per far percepire l’innovazione non come un’imposizione, ma come un beneficio condiviso.

FIDO2 key vs App Authenticator: quale dare al commerciale che perde sempre il telefono?

La scelta dello strumento di autenticazione per i dipendenti in mobilità, come la forza vendita, è una decisione strategica che impatta direttamente sulla produttività e sulla sicurezza. Il profilo del “commerciale che perde sempre il telefono” non è una caricatura, ma un caso d’uso critico che mette a nudo i limiti delle diverse tecnologie. Da un lato abbiamo le app di autenticazione (come Google Authenticator o Microsoft Authenticator), onnipresenti e a costo zero; dall’altro, le chiavi di sicurezza fisiche basate sullo standard FIDO2 (come le YubiKey).

Le app di autenticazione hanno il vantaggio dell’usabilità: lo smartphone è un oggetto che il dipendente ha sempre con sé. Tuttavia, questo vantaggio è anche la loro più grande debolezza. In caso di smarrimento, furto o guasto del dispositivo, l’accesso agli account aziendali viene immediatamente bloccato. La procedura di recupero, che spesso si basa su codici di backup che nessuno salva o su un intervento dell’help desk, genera un fermo operativo e un picco di richieste di supporto. Inoltre, sono totalmente dipendenti dalla batteria del telefono.

Le chiavi FIDO2, al contrario, sono dispositivi indipendenti. La loro forza risiede proprio nella separazione fisica dal telefono. Se il commerciale perde lo smartphone, può comunque autenticarsi da un altro dispositivo (un tablet, un PC portatile) semplicemente inserendo la sua chiave USB/NFC. Questo garantisce una resilienza operativa impareggiabile. Il loro costo iniziale (tra i 50 e gli 80 euro per utente) va ponderato con la drastica riduzione dei costi di supporto e dei fermi lavorativi. La procedura di recupero in caso di perdita della chiave stessa è più strutturata e sicura: si basa sull’attivazione di una chiave di backup, precedentemente registrata e conservata in un luogo sicuro.

La scelta non è aut-aut, ma dipende dal profilo di rischio. Per un back-office stanziale, un’app authenticator può essere sufficiente. Ma per il personale in prima linea, esposto a maggiori rischi di smarrimento e furto, la chiave FIDO2 non è un costo, ma un’assicurazione sulla continuità operativa e un baluardo contro gli accessi non autorizzati. Il caso dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Enna, sanzionata per l’uso illecito di sistemi biometrici, dimostra l’importanza di tecnologie come FIDO2 che non centralizzano dati sensibili, offrendo una sicurezza superiore anche dal punto di vista legale.

Confronto FIDO2 vs App Authenticator per commerciali
Criterio FIDO2 Key (YubiKey) App Authenticator
Resistenza perdita telefono Eccellente (indipendente) Critica (richiede wipe remoto)
Usabilità in mobilità Buona (NFC/USB-C) Ottima (sempre sul telefono)
Costo per utente 50-80€ una tantum Gratuita (licenza MDM)
Procedura recupero Chiave di backup fisica Codici di backup/SMS
Dipendenza batteria Nessuna Totale

La giusta tecnologia, nel contesto giusto, trasforma una potenziale crisi in un semplice inconveniente gestibile.

Quando il lettore non legge l’impronta: procedure di emergenza per non bloccare il lavoro

L’autenticazione biometrica è incredibilmente efficiente, fino a quando non fallisce. Un dito bagnato, un piccolo taglio, un sensore sporco o condizioni ambientali estreme possono impedire il riconoscimento dell’impronta, trasformando un accesso istantaneo in una barriera insormontabile. Un dipendente bloccato fuori dai sistemi aziendali non è solo un problema tecnico, ma un costo vivo in termini di produttività persa e frustrazione. Per un CTO, progettare un’infrastruttura passwordless significa soprattutto progettare dei protocolli di fallback robusti e rapidi.

L’errore più comune è non avere un piano B chiaro. L’utente, dopo alcuni tentativi falliti, viene bloccato dal sistema e l’unica soluzione è aprire un ticket all’help desk, con tempi di attesa che possono dilatarsi. Una strategia efficace, invece, deve prevedere una gerarchia di soluzioni che responsabilizzi l’utente prima di scalare il problema. Il primo livello è sempre l’auto-risoluzione: procedure semplici che l’utente può tentare in autonomia, come pulire il sensore, usare un dito alternativo (se pre-registrato) o semplicemente riprovare in condizioni più favorevoli. Questo risolve la maggior parte dei casi senza alcun intervento esterno.

Se l’auto-risoluzione fallisce, scatta il secondo livello: il supporto remoto assistito. L’utente contatta l’help desk, che, dopo aver verificato la sua identità tramite un canale sicuro (ad esempio, ponendo una domanda di sicurezza preimpostata), può generare un codice di accesso temporaneo (OTP) inviato all’email aziendale o a un numero di telefono registrato. Questo sblocca la situazione in pochi minuti. Il terzo e ultimo livello è il metodo di recupero definitivo, pensato per situazioni critiche o per il personale ad alta priorità: l’utilizzo di una chiave di sicurezza FIDO2 di backup o di un codice di recupero personale, generato in fase di enrollment e conservato dall’utente in un luogo sicuro (fisico o digitale, come una cassaforte password aziendale).

Questo approccio a più livelli trasforma un’emergenza potenziale in un processo gestito, riducendo drasticamente il carico sull’help desk e garantendo la continuità operativa. È la dimostrazione pratica che un sistema “passwordless” non è un sistema “senza opzioni”, ma un ecosistema di autenticazione flessibile e resiliente.

Operatore help desk assiste dipendente da remoto per problema accesso biometrico

Il vostro piano d’azione in caso di fallimento biometrico

  1. Livello 1 (Auto-risoluzione): Definire e comunicare una checklist di auto-aiuto: pulire sensore/dito, provare con dito alternativo, verificare umidità/temperatura.
  2. Livello 2 (Supporto guidato): Formare l’help desk per generare OTP temporanei su canali verificati dopo una rapida identificazione dell’utente.
  3. Livello 3 (Recupero autonomo): Distribuire chiavi FIDO2 di backup o fornire codici di recupero monouso da conservare in una cassaforte digitale aziendale.
  4. Pre-registrazione: Incentivare i dipendenti a registrare più di un fattore biometrico (es. due impronte diverse, volto + impronta) per aumentare le possibilità di successo.
  5. Policy di blocco: Impostare una policy di blocco intelligente (es. blocco di 15 minuti dopo 5 tentativi falliti) per prevenire attacchi senza paralizzare l’utente.

La resilienza di un sistema di sicurezza non si misura solo nella sua capacità di resistere agli attacchi, ma anche nella sua abilità di gestire i propri fallimenti interni.

Dove finisce la mia impronta? Come rassicurare i sindacati sulla conservazione del dato

In Italia, il dialogo con le rappresentanze sindacali (RSU/RSA) e il rispetto delle direttive del Garante per la protezione dei dati personali sono due pilastri imprescindibili per qualsiasi progetto che coinvolga i dati dei lavoratori. L’introduzione di tecnologie biometriche tocca un nervo scoperto: il timore del controllo a distanza e della sorveglianza. La domanda “dove finisce la mia impronta?” non è tecnica, ma politica e legale. Rispondere in modo evasivo o puramente tecnico è un errore che può bloccare l’intero processo.

La posizione del Garante Privacy è storicamente molto chiara e restrittiva. Come ribadito in numerosi provvedimenti, la memorizzazione centralizzata dei dati biometrici dei dipendenti, ad esempio per la rilevazione delle presenze, è generalmente illecita. Il principio è che il dato biometrico deve essere trattato solo per il tempo strettamente necessario al confronto e non conservato. Questo punto è stato riaffermato anche di recente, come si evince dalle parole del Garante nel Provvedimento n. 338 del 6 giugno 2024.

L’ordinamento vigente non consente il trattamento dei dati biometrici dei dipendenti per finalità di rilevazione della presenza in servizio. I dati biometrici possono essere trattati solo durante le fasi di registrazione e acquisizione necessarie al confronto biometrico, e non devono essere memorizzati se non per il tempo strettamente necessario.

– Garante per la protezione dei dati personali, Provvedimento n. 338 del 6 giugno 2024

Qui, la tecnologia diventa il nostro più grande alleato legale. Spiegare che, grazie al Secure Enclave, i template biometrici restano confinati sul dispositivo del dipendente e non vengono mai caricati su un server aziendale, smonta alla radice l’obiezione principale. L’azienda non “possiede” né “archivia” il dato biometrico; abilita semplicemente un metodo di verifica locale. Questo allineamento tecnologico con il principio di minimizzazione dei dati del GDPR è l’argomento più forte da portare al tavolo della trattativa sindacale.

Un approccio proattivo e trasparente può portare a risultati concreti, come dimostrano casi reali di accordi aziendali. È possibile definire un “accordo di secondo livello” che metta nero su bianco le garanzie per i lavoratori, trasformando la diffidenza in fiducia. Questi accordi possono specificare le finalità esclusive dell’uso della biometria (es. accesso ad aree sicure, non timbratura), confermare la conservazione locale dei dati e istituire comitati di revisione congiunti.

Studio di caso: Accordo sindacale per l’implementazione di sistemi biometrici

Un’importante azienda manifatturiera italiana ha siglato con successo un accordo di secondo livello con le proprie RSU per l’uso della biometria. I punti chiave dell’accordo prevedevano: 1) L’utilizzo esclusivo dei dati biometrici per l’accesso a zone ad alta sicurezza (es. laboratori R&D), escludendo esplicitamente la rilevazione presenze. 2) La garanzia tecnica che i template matematici fossero conservati unicamente sul dispositivo personale del dipendente (badge o smartphone). 3) La disponibilità permanente di un’alternativa non biometrica (badge RFID) per chiunque ne facesse richiesta. 4) L’istituzione di una revisione trimestrale congiunta tra management e rappresentanti sindacali per monitorare l’uso del sistema e affrontare eventuali criticità.

La trasparenza tecnica e il dialogo proattivo sono le uniche chiavi per sbloccare il potenziale del passwordless nel pieno rispetto delle persone e delle normative.

L’errore di fidarsi del riconoscimento vocale per autorizzare bonifici urgenti

La biometria vocale sta emergendo come una frontiera promettente per l’autenticazione, grazie alla sua convenienza e all’interfaccia “naturale”. Non a caso, le previsioni di mercato indicano una crescita esponenziale. Un report di Verified Market Reports citato da Spitch stima che il mercato della biometria vocale crescerà da 3,45 miliardi a 11,26 miliardi di dollari tra il 2024 e il 2033. Tuttavia, per un CTO, l’entusiasmo per l’innovazione deve essere sempre temperato da una sana dose di pragmatismo e analisi del rischio. In particolare, per le operazioni ad alto impatto come le autorizzazioni di pagamento, affidarsi esclusivamente alla voce è un errore potenzialmente catastrofico.

Il rischio principale è rappresentato dalla crescente sofisticazione degli attacchi di deepfake audio. Oggi, con pochi secondi di registrazione della voce di una persona (magari presi da una conference call o da un messaggio vocale), un software di intelligenza artificiale può clonarla con un realismo impressionante, replicando intonazione e cadenza. Un truffatore potrebbe chiamare il reparto amministrativo, impersonando la voce del CEO o del CFO, e autorizzare un bonifico urgente verso un conto fraudolento. La pressione dell’urgenza e l’apparente autenticità della richiesta possono facilmente indurre in errore un dipendente.

Questo non significa che la biometria vocale sia inutile. Può essere un ottimo fattore di autenticazione per operazioni a basso rischio, come il reset di una password o l’accesso a informazioni non critiche. Ma per le transazioni finanziarie, il principio di difesa a più livelli è irrinunciabile. L’autorizzazione di un pagamento non può dipendere da un singolo fattore, soprattutto se questo è potenzialmente “spoofabile”.

La soluzione risiede nella definizione di una policy aziendale granulare, che leghi il livello di sicurezza richiesto al valore e alla criticità dell’operazione. Per importi bassi, un’autenticazione biometrica standard può essere accettabile. Man mano che l’importo sale, devono scattare requisiti più stringenti: l’uso obbligatorio di una chiave FIDO2 (che garantisce la presenza fisica dell’utente autorizzato) e, per le operazioni più critiche, una conferma su un canale di comunicazione separato e pre-verificato (come una chiamata a un numero di telefono registrato). Vietare esplicitamente le autorizzazioni vocali per bonifici urgenti non è un passo indietro, ma un atto di responsabilità e lungimiranza strategica.

La vera sicurezza non sta nell’adottare la tecnologia più nuova, ma nell’applicare la tecnologia giusta al giusto livello di rischio.

Perché usare WhatsApp per inviare referti è un rischio legale enorme?

La tentazione di usare strumenti consumer come WhatsApp, Telegram o semplici email personali per scambiare informazioni di lavoro è forte. Sono rapidi, familiari e a portata di mano. Tuttavia, quando queste informazioni includono dati sensibili – che non sono solo referti medici, ma anche contratti, dati anagrafici di clienti, listini prezzi riservati o strategie commerciali – questa comodità si trasforma in un rischio legale e operativo enorme. Per un’azienda, consentire o anche solo tollerare queste pratiche equivale a creare delle “zone d’ombra” al di fuori di ogni controllo e policy di sicurezza.

Il primo problema è la conformità al GDPR. Canali come WhatsApp non sono progettati per il trattamento di dati aziendali sensibili in un contesto professionale. Non offrono le garanzie richieste dal regolamento in termini di tracciabilità, diritti degli interessati (come la cancellazione) e valutazione dell’impatto sulla protezione dei dati. L’invio di un contratto a un cliente tramite WhatsApp potrebbe costituire un trattamento illecito di dati personali, esponendo l’azienda a sanzioni da parte del Garante Privacy. Il fatto che la comunicazione sia crittografata end-to-end non è una scusante sufficiente, poiché il problema risiede nella governance del dato, non solo nella sua trasmissione.

Il secondo rischio è puramente operativo e di sicurezza. I dati scambiati su canali personali sfuggono completamente al perimetro di sicurezza aziendale. Non sono soggetti a backup, non possono essere recuperati se il dipendente lascia l’azienda e, soprattutto, non sono protetti dalle policy di sicurezza gestite centralmente (come quelle imposte da un sistema MDM). Un telefono personale smarrito o compromesso può diventare una porta d’accesso a informazioni aziendali critiche, senza che l’IT abbia alcuna possibilità di intervenire con un wipe remoto dei soli dati aziendali.

La soluzione non è demonizzare la messaggistica istantanea, ma dotarsi di strumenti di collaborazione e comunicazione di livello enterprise. Piattaforme come Microsoft Teams o Slack, se correttamente configurate, o portali clienti sicuri, offrono un ambiente controllato dove la sicurezza è gestita a livello centrale. Permettono di applicare policy di data loss prevention (DLP), di gestire gli accessi in modo granulare e di mantenere una tracciabilità completa delle comunicazioni. Educare i dipendenti a utilizzare esclusivamente questi canali approvati non è una limitazione, ma un modo per proteggere loro stessi e il patrimonio informativo dell’azienda.

La sicurezza dei dati aziendali non può essere delegata alla buona fede dei singoli, ma deve essere garantita da un’infrastruttura e da policy chiare e applicate con rigore.

Da ricordare

  • L’MFA resistente al phishing (FIDO2) non è un’opzione, ma il nuovo standard di sicurezza per contrastare l’aumento degli attacchi in Italia.
  • La comunicazione trasparente sul funzionamento del “Secure Enclave” è lo strumento più efficace per superare la diffidenza dei dipendenti verso la biometria.
  • La scelta tra app authenticator e chiavi FIDO2 deve basarsi sul rischio operativo del ruolo: la resilienza è più importante del costo iniziale per il personale in mobilità.

Gestione dispositivi mobili (MDM): come controllare 100 smartphone aziendali senza impazzire?

Aver discusso di biometria, chiavi FIDO2 e canali di comunicazione sicuri è fondamentale, ma tutte queste strategie restano frammentate e inefficaci senza un “cervello” centrale che le orchestri. Questo cervello è la piattaforma di Gestione dei Dispositivi Mobili (MDM). Gestire una flotta di 100, 500 o più smartphone aziendali senza un sistema MDM è come cercare di dirigere un’orchestra senza spartito né bacchetta: il risultato è il caos. Ogni dispositivo diventa un’isola a sé, con impostazioni di sicurezza diverse, app non autorizzate e un rischio incontrollato di data breach. Come rivela il Rapporto CLUSIT, la stragrande maggioranza degli incidenti informatici in Italia è di entità grave, e i dispositivi mobili sono un vettore di attacco sempre più comune.

Una piattaforma MDM (come Microsoft Intune, VMware Workspace ONE o Jamf per l’ecosistema Apple) trasforma il caos in controllo centralizzato. Permette al reparto IT di definire e imporre policy di sicurezza uniformi su tutta la flotta di dispositivi, indipendentemente da dove si trovino. Non si tratta di “spiare” i dipendenti, ma di creare un perimetro di sicurezza virtuale attorno ai dati aziendali. Questo controllo si concretizza in azioni molto precise: è possibile imporre la crittografia completa del dispositivo, richiedere un PIN di sblocco complesso e l’uso della biometria, e automatizzare la configurazione delle app aziendali, inclusi gli authenticator.

Una delle funzionalità più potenti di un MDM moderno è la containerizzazione, specialmente su Android con il “Work Profile”. Questa tecnologia crea uno spazio di lavoro crittografato e isolato sul dispositivo, separato nettamente dall’area personale. L’IT può gestire e proteggere solo il contenitore aziendale, senza avere alcuna visibilità sulle app o sui dati personali del dipendente. In caso di smarrimento del dispositivo o di cessazione del rapporto di lavoro, è possibile eseguire un “wipe selettivo” che cancella istantaneamente solo il contenitore aziendale, lasciando intatto tutto il resto. Questo approccio risolve il conflitto tra sicurezza aziendale e privacy personale, un punto cruciale in contesti BYOD (Bring Your Own Device).

Per un CTO, investire in una soluzione MDM non è un costo, ma il fondamento su cui costruire l’intera strategia di sicurezza mobile e passwordless. È lo strumento che garantisce che le policy non restino sulla carta, ma vengano applicate in modo coerente e automatico, permettendo di gestire centinaia di endpoint con lo stesso sforzo necessario per gestirne uno. È la chiave per governare la complessità senza impazzire.

L’implementazione di un MDM è il passo finale e fondamentale per tradurre la strategia di sicurezza in policy operative concrete e applicate su larga scala.

Per mettere in pratica questi concetti e valutare la soluzione di autenticazione e gestione più adatta alla vostra specifica realtà aziendale, il passo successivo consiste nell’ottenere un’analisi personalizzata delle vostre esigenze di sicurezza e operative.

Scritto da Alessandro Conti, Consulente esperto in Cybersecurity e Compliance legale (DPO), specializzato nel settore della Pubblica Amministrazione e delle infrastrutture critiche. Membro attivo di associazioni per la sicurezza informatica e auditor certificato ISO 27001.