Pubblicato il Marzo 11, 2024

L’installazione di un cobot non è intrinsecamente sicura; la sua conformità dipende da una rigorosa analisi dei rischi documentata, di cui il RSPP è il garante finale.

  • La sicurezza non risiede nel robot, ma nell’applicazione collaborativa completa (robot, end-effector, pezzo, layout), che deve essere validata secondo la norma ISO/TS 15066.
  • La responsabilità della validazione ricade sul datore di lavoro, rappresentato dal RSPP, che deve integrare l’analisi nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) come previsto dal D.Lgs. 81/2008.

Raccomandazione: Trattare ogni nuova applicazione collaborativa non come un prodotto “plug-and-play”, ma come un progetto di sicurezza a sé stante, documentando ogni scelta tecnica e calcolo nel DVR.

Come Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, ti trovi di fronte a una nuova sfida: un robot collaborativo, un “cobot”, sta per essere installato sulla linea di produzione. A differenza dei suoi predecessori, non avrà gabbie di protezione. Il management esalta la flessibilità e la produttività, ma a te spetta il compito più critico: apporre la firma sulla validazione di sicurezza. La domanda non è più “se” i cobot siano sicuri, ma “come” garantire e documentare che l’applicazione specifica lo sia, in piena conformità con la Direttiva Macchine e il D.Lgs. 81/2008.

L’errore più comune è credere che la certificazione CE del solo braccio robotico sia sufficiente. In realtà, il cobot è spesso una “quasi-macchina”: un componente destinato a essere assemblato in un’applicazione più grande. La vera responsabilità della sicurezza ricade su chi integra il sistema e, in ultima analisi, sul datore di lavoro. L’idea che i cobot siano “sicuri per design” è una semplificazione pericolosa. La loro sicurezza non è una caratteristica intrinseca, ma il risultato di un’analisi del rischio metodica, specifica per ogni singolo task.

Questo articolo abbandona le generalizzazioni da brochure per fornirti una guida operativa. Il nostro angolo di attacco non è la tecnologia, ma il tuo processo di validazione. Non ci limiteremo a dire che la limitazione di forza è importante; ti mostreremo come calcolarla e documentarla secondo la norma ISO/TS 15066. Analizzeremo quando la precisione del cobot supera l’abilità umana, ma anche dove l’uomo rimane insostituibile. L’obiettivo è trasformarti da spettatore di una nuova tecnologia a protagonista informato della sua integrazione sicura, fornendoti gli strumenti normativi e pratici per prendere decisioni fondate e proteggere sia gli operatori che la tua azienda.

In questa guida, esploreremo i pilastri fondamentali per una corretta e sicura integrazione dei cobot in ambiente produttivo. Affronteremo gli aspetti normativi, le differenze concettuali rispetto alla robotica tradizionale e le tecnologie che abilitano una collaborazione uomo-macchina realmente sicura ed efficiente, fornendo un percorso chiaro per la validazione da parte del RSPP.

Limitazione di forza e potenza: come calcolare l’impatto massimo consentito su un braccio umano

Il primo e più noto metodo di collaborazione sicura previsto dalla norma ISO 10218 è la “limitazione di forza e potenza”. Questo non significa semplicemente che il cobot è “debole”. Significa che l’applicazione deve essere progettata affinché qualsiasi contatto potenziale, sia esso quasi-statico (schiacciamento) o transitorio (urto), non superi i limiti di forza e pressione biomeccanici definiti nella specifica tecnica ISO/TS 15066. Questi limiti variano a seconda della parte del corpo interessata. La tua responsabilità come RSPP è verificare che l’integratore abbia eseguito e documentato questi calcoli, non fidarsi ciecamente delle impostazioni di default del costruttore.

L’analisi deve considerare lo scenario peggiore: la massa combinata del braccio robotico e dell’end-effector (pinza, ventosa, avvitatore), più il pezzo manipolato. Anche se secondo le normative tecniche ISO, i cobot hanno una capacità di carico che può variare da 0,5 a 110 chilogrammi, è l’energia cinetica totale che conta. La velocità operativa, le possibili posture dell’operatore e la natura delle superfici di contatto (spigoli vivi vs superfici arrotondate) sono tutti fattori critici da inserire nella valutazione del rischio. Senza questa analisi documentata, l’applicazione non può essere considerata sicura.

Piano d’azione per la validazione degli impatti:

  1. Identificazione del tipo di contatto: Analizzare ogni fase del ciclo di lavoro per mappare tutti i potenziali punti di contatto uomo-macchina, classificandoli come transitori (urto) o quasi-statici (schiacciamento).
  2. Calcolo della massa effettiva: Inventariare e sommare la massa del braccio robotico, dell’organo di presa (end-effector) e del pezzo più pesante che verrà manipolato per determinare la massa totale del sistema.
  3. Misurazione delle velocità: Utilizzare strumenti certificati per misurare la velocità massima del cobot in ogni punto di potenziale contatto, considerando gli scenari operativi più sfavorevoli.
  4. Confronto con i limiti normativi: Applicare le formule della ISO/TS 15066 per calcolare la forza e la pressione risultanti da un impatto e confrontare i valori con le tabelle biomeccaniche per ogni specifica zona corporea.
  5. Documentazione e integrazione nel DVR: Registrare in modo formale tutti i calcoli, le misurazioni, le assunzioni e le conclusioni nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), come esplicitamente richiesto dal D.Lgs. 81/2008.

Pick & Place o assemblaggio di precisione: dove il cobot batte l’uomo (e dove no)

Il dominio in cui i cobot eccellono in modo ineguagliabile è quello dei compiti ripetitivi che richiedono alta precisione. Mentre un operatore umano, per quanto abile, è soggetto a fatica, distrazioni e micro-variazioni, un cobot garantisce una costanza assoluta. In operazioni di assemblaggio di precisione, avvitatura a coppia controllata o deposizione di adesivi, la ripetibilità del braccio robotico UR garantisce una precisione che può arrivare a +/- 0,03 mm (30 micron). Questa coerenza si traduce in una drastica riduzione degli scarti e in un innalzamento qualitativo del prodotto finale, un fattore cruciale nel Made in Italy.

Confronto tra precisione ripetitiva del cobot e adattabilità umana nel Made in Italy

Tuttavia, l’uomo resta superiore in compiti che richiedono destrezza, sensibilità e capacità di adattamento a situazioni impreviste. L’assemblaggio di componenti flessibili, il passaggio di cavi in spazi angusti o l’ispezione qualitativa che richiede un giudizio soggettivo sono ancora appannaggio dell’operatore. La strategia vincente non è sostituire l’uomo, ma affiancarlo. Il cobot si occupa della parte faticosa, ripetitiva e potenzialmente non ergonomica (pick & place, movimentazione), liberando l’operatore per le fasi a più alto valore aggiunto che richiedono intelligenza e flessibilità cognitiva.

Studio di caso: Leica Geosystems – Manipolazione di precisione

In Danimarca, Leica Geosystems ha implementato un cobot OMRON TM per un compito critico: la movimentazione precisa di vassoi contenenti componenti elettronici da riempire con materiale epossidico. Prima dell’introduzione del cobot, l’operazione era manuale, non ergonomica e presentava rischi legati alla manipolazione di sostanze chimiche. L’automazione collaborativa ha permesso di confinare il processo di riempimento in un’area sicura, gestita dal cobot, migliorando drasticamente l’ergonomia e la sicurezza dell’operatore, che ora si occupa solo del carico/scarico dei vassoi a distanza di sicurezza.

L’errore di trattare il cobot come un robot industriale: come cambiare la mentalità in fabbrica

L’equivoco più grande e pericoloso è considerare un cobot semplicemente come un robot industriale più piccolo e senza gabbie. Questa mentalità porta a sottovalutare la complessità dell’analisi del rischio. Un robot tradizionale è un sistema chiuso, la cui sicurezza è garantita dall’isolamento fisico. L’applicazione collaborativa, invece, è un sistema aperto dove la sicurezza è dinamica e dipende dall’interazione costante con l’ambiente e con l’uomo. Il focus della sicurezza si sposta dal perimetro della cella all’applicazione collaborativa nel suo insieme.

Questo cambio di prospettiva ha implicazioni legali dirette, specialmente in Italia. La Direttiva Macchine definisce il cobot, quando venduto da solo, come una “quasi-macchina”. Non è un prodotto finito, ma un componente destinato all’integrazione. Come sottolinea Alessio Cocchi, Country Manager Italia di Universal Robots, questa definizione è centrale per capire le responsabilità. La marcatura CE finale e la dichiarazione di conformità sono a carico di chi assembla l’applicazione (l’integratore di sistemi) e, in ultima istanza, del datore di lavoro che la mette in servizio.

I cobot vengono definiti ‘quasi macchine’ poiché sono automazioni aspecifiche, in grado di svolgere decine di applicazioni diverse

– Alessio Cocchi, Country Manager Italia di Universal Robots

Per un RSPP, questo significa che non può delegare la responsabilità al costruttore del robot. Deve pretendere dall’integratore un fascicolo tecnico completo dell’intera applicazione, che includa l’analisi dei rischi non solo del robot, ma anche dell’organo di presa, del layout, delle procedure operative e delle possibili interazioni umane. La validazione finale si basa su questo documento, che deve confluire nel DVR aziendale.

Come dare “occhi” al robot per riconoscere pezzi messi alla rinfusa nel cesto

Una delle sfide più complesse nell’automazione è il “bin picking”, ovvero la capacità di prelevare oggetti disposti in modo casuale all’interno di un contenitore. Per un essere umano è un compito banale, ma per un robot richiede una tecnologia sofisticata: la visione artificiale. I sistemi di visione 2D sono efficaci per riconoscere pezzi piatti disposti su un nastro trasportatore, ma falliscono quando gli oggetti sono sovrapposti o orientati in modo imprevedibile. È qui che entrano in gioco i sistemi di visione 3D, che creano una mappa di profondità del contenitore, identificano i singoli pezzi e calcolano la traiettoria di presa ottimale per il robot, evitando collisioni.

Per il RSPP, la visione artificiale non è solo una questione di efficienza, ma anche di sicurezza. I cobot più evoluti, come i modelli OMRON TM S series, utilizzano i loro sistemi di visione non solo per il bin picking, ma anche come dispositivo di sicurezza attiva. La telecamera integrata può monitorare costantemente l’area di lavoro e, se rileva la presenza di un operatore in una zona predefinita come pericolosa, può rallentare o fermare il movimento del robot, aggiungendo un livello di protezione ulteriore rispetto alla sola limitazione di forza.

La scelta tra un sistema di visione 2D e 3D dipende strettamente dall’applicazione e dal budget, come illustra l’analisi comparativa seguente. Per un RSPP, è importante comprendere che un sistema più costoso come il 3D può essere giustificato non solo da esigenze produttive ma anche dalla possibilità di implementare funzioni di sicurezza avanzate.

Confronto visione 2D vs 3D per bin picking
Caratteristica Visione 2D Visione 3D
Costo €3.000-8.000 €15.000-30.000
Applicazioni ideali Pezzi piatti su nastro Pezzi sovrapposti e complessi
Velocità elaborazione 50-100 ms 200-500 ms
Precisione picking ±2 mm ±0.5 mm

Robot tradizionale vs Cobot: quale si ripaga prima per i piccoli lotti?

Dal punto di vista puramente economico, il confronto tra un robot tradizionale e un cobot non può basarsi solo sul prezzo d’acquisto. È necessario analizzare il Costo Totale di Possesso (TCO). Un robot industriale classico ha un costo iniziale potenzialmente inferiore, ma richiede investimenti significativi in infrastrutture di sicurezza (gabbie, scanner laser, porte interbloccate), programmazione specialistica e spazio fisico dedicato. Questi costi nascosti possono facilmente raddoppiare l’investimento iniziale.

Analisi comparativa dei costi totali tra robot tradizionale e cobot per PMI

Il cobot, al contrario, ha un costo d’acquisto superiore ma un TCO inferiore, specialmente per le PMI italiane che lavorano su piccoli lotti e produzioni variegate. La sua flessibilità è il vero fattore chiave del ROI. La possibilità di riprogrammarlo rapidamente e spostarlo su diverse stazioni di lavoro senza dover modificare layout e barriere fisiche permette di ammortizzare l’investimento su più produzioni. Inoltre, in Italia, l’investimento in cobot rientra a pieno titolo nei beni strumentali 4.0, consentendo alle aziende di beneficiare di significativi incentivi fiscali. Infatti, con il piano Transizione 4.0 si ottiene un credito d’imposta che può arrivare fino al 50% dell’investimento, abbattendo drasticamente i tempi di rientro.

Modelli di business innovativi, come il “Pay Per Use” proposto da aziende italiane come Nexman, accelerano ulteriormente il ROI. Una PMI terzista può utilizzare lo stesso cobot per tre diverse lavorazioni in una sola giornata, pagando un canone mensile variabile basato sull’utilizzo effettivo. Questo modello trasforma l’investimento da un costo capitale (CAPEX) a un costo operativo (OPEX), permettendo un ammortamento in soli 3-6 mesi e rendendo l’automazione accessibile anche a realtà con budget limitati.

SMED e Cobot: come passare dalla produzione A alla B in 10 minuti grazie al robot flessibile

La metodologia SMED (Single-Minute Exchange of Die) punta a ridurre i tempi di cambio produzione a meno di 10 minuti. Tradizionalmente applicata a presse e macchinari pesanti, trova oggi nel cobot un alleato straordinario. La vera forza del cobot risiede nella sua flessibilità e rapidità di riattrezzaggio, che lo rende perfetto per le aziende che devono gestire piccoli lotti con alta variabilità, una caratteristica tipica del tessuto produttivo italiano, specialmente in settori come l’automotive e la componentistica meccanica.

Un esempio emblematico viene dalla Motor Valley emiliana. Un’azienda di componentistica meccanica di precisione utilizza un cobot mobile montato su un carrello per servire alternativamente due diverse macchine a controllo numerico (CNC). Il cambio produzione è quasi istantaneo: l’operatore posiziona un nuovo carrello con i pezzi grezzi, il cobot legge un QR code presente sul carrello e carica automaticamente il programma di lavoro corretto e i parametri specifici per quel lotto. In meno di 10 minuti, inclusa la sostituzione dell’organo di presa, il cobot è pronto a iniziare un nuovo ciclo produttivo, massimizzando l’utilizzo delle macchine CNC e minimizzando i tempi morti.

  • Step 1: L’operatore posiziona il nuovo carrello pezzi nella postazione designata.
  • Step 2: Il cobot, tramite il suo sistema di visione, legge un QR code sul carrello e carica automaticamente il programma e i parametri di presa corretti.
  • Step 3: L’organo di presa (gripper) viene sostituito, spesso con sistemi a sgancio rapido che non richiedono attrezzi.
  • Step 4: Il cobot esegue un’auto-verifica della prima presa, utilizzando il sistema di visione per controllare il corretto posizionamento del pezzo.
  • Step 5: Il ciclo produttivo viene avviato, con il sistema di sicurezza che monitora costantemente i parametri di forza e velocità.

Come collegare i modelli predittivi al vecchio SCADA senza fermare la linea

L’integrazione di un cobot, un dispositivo IIoT nativo, in un’infrastruttura OT (Operational Technology) esistente, spesso basata su sistemi SCADA datati, pone una sfida significativa di connettività e cybersicurezza. Per un RSPP, questo non è un problema puramente informatico: un’integrazione insicura può esporre il sistema di controllo della produzione a rischi di manomissione, con potenziali conseguenze dirette sulla sicurezza fisica degli operatori. È impensabile collegare direttamente il cobot alla stessa rete del vecchio SCADA senza adeguate precauzioni.

La soluzione architetturale standard è la creazione di una “zona demilitarizzata” (DMZ). Questa rete intermedia isola la rete IT aziendale e i nuovi dispositivi IIoT dalla rete OT critica. I dati dal cobot vengono inviati a un server nella DMZ, dove possono essere analizzati da modelli predittivi (per manutenzione, qualità, etc.) senza mai esporre direttamente lo SCADA a minacce esterne. La comunicazione verso lo SCADA avviene tramite gateway e protocolli sicuri, come OPC-UA, che offre crittografia e autenticazione native.

La scelta del protocollo di comunicazione è fondamentale per garantire compatibilità e sicurezza, specialmente nel contesto industriale italiano dove protocolli più datati sono ancora molto diffusi. Ecco una sintesi delle opzioni più comuni.

Protocolli di comunicazione per integrazione SCADA
Protocollo Diffusione Italia Sicurezza Compatibilità Cobot
OPC-UA 30% Alta (crittografia) Nativa
Modbus RTU 55% Bassa Via gateway
Profibus 15% Media Via gateway

L’architettura a zona demilitarizzata (DMZ) è fondamentale per isolare il vecchio SCADA dalla rete IT e dai nuovi dispositivi IIoT come i cobot

– CINI Cybersecurity National Lab, Best practice per convergenza OT/IT

Da ricordare

  • La sicurezza è dell’applicazione: La conformità non deriva dal cobot in sé, ma dall’intera applicazione collaborativa (robot, pinza, pezzo, layout), che deve essere analizzata come un insieme unico.
  • ISO/TS 15066 è la guida, D.Lgs. 81/2008 è la legge: La specifica tecnica fornisce la metodologia, ma l’obbligo di valutazione e documentazione dei rischi per la tutela dei lavoratori è sancito dalla legislazione italiana.
  • La documentazione è la prova: Calcoli, misurazioni e scelte progettuali devono essere formalizzati e inseriti nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Senza prove documentali, la validazione è nulla.

Programmazione dei Cobot: è vero che basta muoverli a mano o serve un ingegnere?

Il marketing dei produttori di cobot enfatizza spesso la “programmazione a mano” (hand guiding), dove l’operatore muove fisicamente il braccio del robot per insegnargli i punti di una traiettoria. Sebbene questa funzione sia reale e utile per compiti semplici, l’idea che chiunque possa programmare un’applicazione collaborativa sicura è un mito pericoloso. La creazione di un’applicazione robusta e, soprattutto, conforme alle normative, richiede competenze a più livelli. La programmazione non si limita a definire i punti A e B, ma include la gestione delle logiche, l’interfacciamento con sensori esterni e, soprattutto, l’impostazione e la validazione di tutti i parametri di sicurezza.

Per un RSPP, è fondamentale capire e promuovere una chiara distinzione dei ruoli e delle competenze necessarie. Un’applicazione sicura richiede una collaborazione strutturata tra diversi profili professionali. In questo contesto, è essenziale che chiunque interagisca con il cobot a un livello superiore a quello di semplice utente riceva una formazione adeguata. Ad esempio, una giornata di formazione dedicata specificamente alla sicurezza, come quella proposta da Universal Robots, richiede almeno 1 giorno intero di formazione, un investimento necessario per garantire che le modifiche ai programmi non introducano nuovi rischi.

La gestione di un parco cobot in fabbrica richiede una piramide di competenze ben definita:

  • Livello 1 – Operatore: È l’utente finale. Le sue competenze si limitano alla selezione di programmi pre-approvati e validati, al reset di allarmi base e al monitoraggio della produzione. Non deve poter modificare il programma.
  • Livello 2 – Manutentore/Tecnico Specializzato: Possiede le competenze per effettuare il “touch-up” dei punti (micro-correzioni della traiettoria), gestire guasti complessi e è responsabile della manutenzione preventiva.
  • Livello 3 – Integratore/Programmatore: È la figura con le competenze più elevate. È responsabile della creazione di nuove applicazioni da zero, dell’integrazione di sistemi esterni (visione, PLC), e soprattutto della certificazione di sicurezza dell’intera applicazione e della validazione finale secondo il D.Lgs. 81/2008.

La corretta gestione delle competenze è l’ultimo tassello della sicurezza. Per concludere il processo di validazione, è essenziale avere ben chiaro chi fa cosa e con quale livello di responsabilità.

Per garantire la sicurezza e la conformità nel lungo periodo, il prossimo passo fondamentale è integrare l’analisi dei rischi collaborativi e la definizione delle competenze necessarie fin dalle primissime fasi di progettazione di ogni nuova applicazione, rendendole parte integrante del capitolato tecnico d’acquisto.

Scritto da Roberto Moretti, Ingegnere dell'Automazione Industriale specializzato in Industry 4.0 e tecnologie IoT per il manifatturiero. Esperto nell'integrazione tra sistemi OT (PLC, SCADA) e IT, con focus su manutenzione predittiva e machine learning applicato.