Pubblicato il Maggio 17, 2024

Il successo di una migrazione ibrida in Italia non dipende dalla scelta del provider cloud, ma dalla progettazione di un’architettura resiliente che anticipi i vincoli specifici del nostro ecosistema: latenza, costi di egress e integrazione legacy.

  • L’analisi dei costi deve andare oltre le licenze, includendo il traffico dati in uscita (egress fees) e la formazione DevOps.
  • L’integrazione di sistemi legacy come gli AS/400 non è un ostacolo, ma una sfida architetturale risolvibile con API layer e message queue.
  • La connettività distribuita per sedi e smart worker richiede un superamento della VPN tradizionale verso modelli SASE.

Raccomandazione: Adottare un approccio di “sovranità operativa” fin dalla fase di progettazione, negoziando clausole di uscita chiare e costruendo un’architettura basata su standard aperti per garantire la reversibilità della strategia.

Per un Chief Information Officer, la promessa del cloud ibrido è seducente: la flessibilità del Software-as-a-Service (SaaS) unita alla sicurezza del controllo on-premise sui dati sensibili. Molti si fermano qui, pensando che il modello ibrido sia semplicemente “il meglio di due mondi”. Questa visione, tuttavia, ignora le complessità operative e i costi nascosti che emergono quando si passa dalla teoria alla pratica, specialmente nel contesto italiano. La sfida non è solo tecnologica, ma profondamente strategica e architetturale.

Le discussioni si concentrano spesso sui grandi nomi dei provider e sui vantaggi generici di scalabilità e agilità. Eppure, le vere insidie si annidano altrove: nella latenza che disallinea un inventario tra e-commerce e gestionale, nei costi imprevisti del traffico dati che fanno deragliare i budget, o nella paralisi causata da un sistema legacy che non dialoga con le nuove applicazioni cloud. Affrontare la migrazione ibrida significa progettare un’architettura che tenga conto di queste “cicatrici” infrastrutturali e di mercato.

Questo articolo abbandona le platitudini per offrire una prospettiva da Cloud Architect. Non ci chiederemo “quale cloud scegliere”, ma “come costruire un’architettura ibrida sostenibile, sicura e, soprattutto, reversibile”. La vera sovranità digitale non risiede solo nel luogo dove si trovano i dati, ma nella capacità di mantenere il controllo operativo e strategico nel lungo periodo. Analizzeremo le sfide reali, una per una, fornendo modelli architetturali e strategie concrete per governare la complessità, invece di subirla.

In questa guida strategica, esploreremo le soluzioni tecniche e le decisioni architetturali necessarie per navigare la transizione verso un modello ibrido efficace. Ogni sezione affronterà un ostacolo specifico, offrendo un framework pratico per i CIO che devono bilanciare innovazione e stabilità.

Latenza di sincronizzazione: perché il tuo database ibrido è disallineato?

In un’architettura ibrida, la latenza non è un semplice ritardo tecnico, ma un potenziale punto di rottura del business. Immaginiamo un’azienda retail con un gestionale di magazzino on-premise e una piattaforma e-commerce in SaaS. Una latenza di 300ms nella sincronizzazione dei dati può significare vendere online un prodotto già esaurito in negozio, generando frustrazione nel cliente e inefficienze operative. Il problema fondamentale è che i dati “critici” e quelli “non critici” vengono spesso trattati allo stesso modo, congestionando il canale di comunicazione tra il data center locale e il cloud. La distanza fisica tra il server on-premise e la region del provider cloud è un fattore determinante che non può essere ignorato.

Il disallineamento dei dati è la conseguenza diretta di un’architettura che non gestisce attivamente la latenza. Affidarsi passivamente alla connessione internet pubblica è una strategia perdente. La soluzione risiede in un approccio proattivo che mira a ridurre i “round-trip” dei dati. L’adozione dell’edge computing, ad esempio, consente di processare e filtrare i dati vicino a dove vengono generati, inviando al cloud solo le informazioni aggregate e necessarie. Si stima che il mercato dell’edge computing sia in forte espansione, proprio per rispondere a questa esigenza di elaborazione a bassa latenza, con previsioni di spesa che dimostrano l’urgenza di questo cambiamento architetturale.

Per mitigare attivamente la latenza, è necessario implementare una strategia su più livelli. Non si tratta solo di aumentare la banda, ma di rendere più intelligente il flusso dei dati. Ecco alcune tattiche operative:

  • Caching distribuito: Implementare nodi di cache presso le “Region” italiane dei provider (es. Milano, Torino) per servire le richieste frequenti senza interrogare il data center centrale.
  • Replica asincrona intelligente: Configurare la replica dei database dando priorità ai dati transazionali critici (es. ordini, inventario) rispetto a quelli analitici o di log.
  • Connessioni dirette: Sfruttare servizi come AWS Direct Connect o Azure ExpressRoute, disponibili presso data center italiani strategici (es. Aruba IT3, Supernap Siziano), per creare un canale privato, stabile e a bassa latenza verso il cloud.
  • Architetture Data Fabric: Adottare un livello di astrazione che orchestra i flussi di dati tra on-premise e cloud, ottimizzando dinamicamente i percorsi e i protocolli.

In questo quadro, il focus si sposta dalla pura capacità di banda a indicatori più significativi come la latenza per workload e il consumo energetico, come dimostra l’evoluzione del Cloud telco in Italia. È un cambio di paradigma essenziale per la riuscita di un modello ibrido.

SSO (Single Sign-On): come unificare l’accesso tra app locali e cloud

La proliferazione di applicazioni SaaS in un ambiente ibrido crea un’immediata frammentazione delle identità digitali. Gli utenti si trovano a gestire decine di credenziali diverse per accedere al CRM in cloud, al gestionale on-premise e ai file server locali. Questa situazione non solo rappresenta un incubo per la produttività, ma costituisce una grave vulnerabilità di sicurezza. L’implementazione di una soluzione di Single Sign-On (SSO) diventa quindi il tessuto connettivo indispensabile per unificare l’esperienza utente e, soprattutto, per centralizzare il controllo degli accessi. Un sistema SSO agisce come un “identity provider” (IdP) fidato, che autentica l’utente una sola volta e lo autorizza ad accedere a tutte le applicazioni, sia on-premise che cloud.

L’architettura di un SSO efficace in un contesto ibrido si basa su standard aperti come SAML 2.0 o OpenID Connect. L’IdP, che può essere una soluzione on-premise come Active Directory Federation Services (ADFS) o un servizio cloud (IDaaS) come Azure AD, Okta o Auth0, gestisce l’autenticazione. Quando un utente tenta di accedere a un’applicazione SaaS (il “service provider”), questa lo reindirizza all’IdP. Una volta autenticato, l’IdP invia un’asserzione di sicurezza firmata digitalmente al service provider, che concede l’accesso. Questo flusso garantisce che le credenziali sensibili non vengano mai condivise direttamente con le applicazioni cloud.

Sistema di autenticazione SSO con SPID e CIE integrato in architettura cloud ibrida

Tuttavia, il vero banco di prova per un CIO non è solo l’implementazione, ma la gestione del ciclo di vita dell’identità, in particolare il de-provisioning. Quando un dipendente lascia l’azienda, è imperativo revocare immediatamente tutti i suoi accessi. In un ambiente ibrido, questo processo deve essere sincronizzato e automatizzato per essere conforme al GDPR. Un sistema di Identity Governance and Administration (IGA) diventa cruciale. Ecco i passaggi chiave per un de-provisioning a prova di compliance:

  • Mappare tutti i sistemi (locali, VPN, SaaS, IaaS) in un inventario centralizzato degli accessi.
  • Automatizzare i workflow di revoca, sincronizzandoli tra l’Active Directory on-premise e la piattaforma IDaaS.
  • Garantire che la propagazione della revoca avvenga su tutti i sistemi entro un tempo definito (es. 30 minuti).
  • Tracciare ogni revoca con timestamp per dimostrare l’accountability richiesta dal GDPR.
  • Eseguire audit trimestrali per identificare e rimuovere eventuali accessi “orfani”.

Questa disciplina operativa trasforma l’SSO da semplice comodità a pilastro strategico della governance e della sicurezza aziendale.

Costi nascosti del traffico dati (egress fees): l’errore nel budget cloud

Uno degli errori più comuni e costosi nella pianificazione di una strategia ibrida è sottovalutare il costo del traffico dati in uscita dal cloud, noto come “egress fees”. Mentre il trasferimento di dati verso il cloud (ingress) è quasi sempre gratuito, i provider applicano tariffe significative per ogni gigabyte di dati che esce dalla loro infrastruttura per tornare verso i sistemi on-premise o verso l’utente finale. Questo costo nascosto può far lievitare inaspettatamente le fatture, soprattutto per le aziende che necessitano di sincronizzazioni frequenti o che espongono servizi analitici basati su dati processati nel cloud. Non è un caso che, secondo recenti studi, la preoccupazione per l’aumento dei costi sia un fattore chiave per le aziende italiane che si orientano verso la gestione ibrida.

Per un CIO, è fondamentale inserire una stima accurata delle egress fees nel calcolo del Total Cost of Ownership (TCO). Ignorare questa variabile significa partire con un budget fallato. La chiave è analizzare i flussi di dati: quali dati devono tornare on-premise? Con quale frequenza? Qual è il loro volume? Rispondere a queste domande permette di modellare i costi e di progettare un’architettura che li minimizzi.

Studio di caso: Calcolo delle egress fees per un’azienda di logistica a Piacenza

Un’azienda logistica di Piacenza trasferisce 2 TB di dati di tracking ogni mese dal proprio data center a un SaaS di analisi predittiva. Se l’analisi richiede il ritorno di report aggregati verso i sistemi on-premise, quel traffico è soggetto a egress fees. Utilizzando le tariffe standard di una region come AWS Milano (circa 0,09 €/GB), il solo costo di trasferimento di 2 TB di dati può ammontare a quasi 180 € al mese. Tuttavia, sfruttando una connessione dedicata come Azure ExpressRoute dal data center Supernap di Siziano, è possibile ottenere una riduzione dei costi di egress fino al 65%, con un risparmio annuo superiore a 1.400 €. Questo dimostra come una scelta architetturale sulla connettività impatti direttamente e significativamente il conto economico. Con una spesa in cloud che in Italia cresce rapidamente, l’ottimizzazione di questi costi diventa un imperativo strategico.

Fortunatamente, esistono strategie concrete per governare e ridurre le egress fees. L’obiettivo è duplice: ridurre il volume dei dati trasferiti e ottimizzare il canale di trasferimento. Ecco un piano d’azione:

  • Edge Computing: Processare i dati grezzi on-premise prima di inviarli al cloud. Ad esempio, un sistema di computer vision può analizzare un flusso video in locale e inviare al cloud solo i metadati relativi a un difetto, riducendo il volume di dati dell’80-90%.
  • Compressione e deduplicazione: Applicare algoritmi di compressione e deduplicazione ai dati prima che lascino il perimetro aziendale.
  • Connessioni dirette: Utilizzare AWS Direct Connect o Azure ExpressRoute. Sebbene abbiano un costo fisso, abbattono drasticamente il costo per GB trasferito, rendendosi convenienti sopra una certa soglia di traffico.
  • Pianificazione dei trasferimenti: Schedulare i trasferimenti di dati massivi (es. backup) durante le ore non di punta, se il provider offre tariffe differenziate.

Includere nel TCO anche i costi di formazione per le competenze DevOps, che in Italia possono variare significativamente, è un altro passo verso un calcolo realistico che eviti sorprese.

Come far parlare il vecchio gestionale AS/400 con il nuovo CRM in cloud

L’integrazione tra i sistemi legacy, spesso il cuore operativo e contabile dell’azienda, e le moderne applicazioni SaaS è la sfida tecnica più complessa di una migrazione ibrida. Sistemi monolitici come gli ERP su AS/400 o gestionali datati non sono stati progettati per comunicare tramite API REST. Tuttavia, l’idea di sostituirli in blocco (approccio “rip and replace”) è spesso irrealistica a causa dei costi, dei rischi e del profondo radicamento nei processi aziendali. La soluzione non è la sostituzione, ma la modernizzazione incrementale attraverso la creazione di un “tessuto connettivo digitale”. Si tratta di costruire un layer di astrazione che esponga le funzionalità del sistema legacy in modo sicuro e standardizzato, disaccoppiandolo dalle applicazioni cloud.

Un esempio concreto è quello di un’azienda manifatturiera della Motor Valley emiliana che ha integrato il proprio ERP TeamSystem con Salesforce CRM. Invece di un’integrazione punto-punto, fragile e difficile da mantenere, l’architettura scelta ha previsto un API layer costruito sopra il sistema legacy. Questo strato, sviluppato ad esempio in Node.js, interroga il database dell’ERP e ne espone i dati (anagrafiche clienti, ordini) tramite API RESTful sicure. Per garantire resilienza e gestire i picchi di carico, i due sistemi sono stati disaccoppiati utilizzando una message queue (come RabbitMQ). Quando un nuovo ordine viene creato su Salesforce, viene pubblicato un messaggio nella coda; un servizio “consumer” on-premise lo preleva e lo inserisce nell’ERP, garantendo la sincronizzazione anche in caso di momentanea indisponibilità di uno dei due sistemi.

La scelta dell’approccio di integrazione dipende da complessità, budget e requisiti di real-time. Un’analisi comparativa è fondamentale per prendere una decisione informata. Fortunatamente, il mercato offre un numero crescente di soluzioni cloud qualificate da AGID che possono facilitare questa transizione.

Approcci di integrazione legacy-cloud per contesti italiani
Approccio Complessità Costo Time-to-Market Caso d’Uso Ideale
API Wrapping diretto Media €20-40k 2-3 mesi ERP con database SQL accessibile
iPaaS (MuleSoft, Boomi) Bassa €30-60k/anno 1-2 mesi Multi-sistema, connettori pre-built
Message Queue (RabbitMQ) Alta €40-80k setup 3-4 mesi Volumi alti, resilienza critica
ETL/Batch notturno Bassa €10-20k 3-4 settimane Sincronizzazione non real-time OK
Database Replication Media €15-30k + licenze 1-2 mesi Read-only sync veloce
Architettura di integrazione tra sistema legacy e cloud con message queue in ambiente industriale italiano

Questa visione architetturale trasforma il “debito infrastrutturale” del sistema legacy in un asset controllato. Invece di un ostacolo insormontabile, l’AS/400 diventa una fonte di dati affidabile, accessibile in modo moderno e sicuro, permettendo all’azienda di innovare al proprio ritmo senza interrompere le operazioni critiche.

Vendor Lock-in: come assicurarsi di poter riportare tutto in casa se i costi esplodono

Il vendor lock-in è il rischio strategico più subdolo del cloud computing. Si verifica quando un’azienda diventa così dipendente dai servizi proprietari, dalle API o dai formati di dati di un singolo provider da rendere un’eventuale migrazione verso un altro provider (o un ritorno on-premise, detto “repatriation”) proibitivamente costosa e complessa. Per un CIO, prevenire il lock-in non è un’opzione, ma un dovere fiduciario. La strategia ibrida, se mal progettata, può accentuare questo rischio, creando dipendenze invisibili che si manifestano solo quando è troppo tardi, ad esempio di fronte a un aumento improvviso e ingiustificato dei prezzi.

La chiave per mantenere la sovranità operativa è progettare per la “reversibilità” fin dal primo giorno. Questo significa prendere decisioni architetturali che favoriscano la portabilità e negoziare clausole contrattuali che garantiscano una via d’uscita chiara e a costi prevedibili. L’approccio non è diffidare del cloud, ma utilizzarlo in modo strategico, mantenendo sempre il controllo del proprio destino tecnologico. Un’architettura basata su standard aperti è il fondamento tecnico di questa strategia. Ad esempio, containerizzare le applicazioni con Docker e orchestrarle con Kubernetes le rende intrinsecamente portabili tra diversi cloud provider e l’infrastruttura on-premise.

Sul piano legale e contrattuale, la due diligence è altrettanto critica. Il contratto con il provider SaaS o IaaS non deve essere un documento da accettare passivamente, ma un accordo da negoziare attivamente. È qui che si gettano le basi per una exit strategy controllata. È fondamentale definire nero su bianco i termini della “separazione” prima ancora di iniziare la “relazione”.

Piano d’azione: Clausole anti-lock-in da negoziare

  1. Clausola di export dati: Esigere che i dati possano essere esportati in un formato standardizzato (es. JSON, XML) entro una timeline definita (max 30 giorni) e a un costo predeterminato o nullo.
  2. Piano di exit assistito: Garantire contrattualmente il supporto tecnico del provider per un periodo definito (es. 6 mesi) dopo la fine del contratto per facilitare la transizione.
  3. Price cap annuale: Negoziare un tetto massimo all’aumento annuale dei prezzi (es. 5%) e un obbligo di preavviso di almeno 90 giorni per qualsiasi modifica tariffaria.
  4. Diritto di audit: Inserire il diritto di condurre audit trimestrali sul trattamento dei dati per verificare la conformità continua con il GDPR e le policy aziendali.
  5. Garanzia di portabilità workload: Assicurarsi che i servizi critici siano compatibili con standard di mercato come Kubernetes, permettendo di migrare i carichi di lavoro senza riscritture.

Adottare questa mentalità significa trasformare il rapporto con il cloud provider da una dipendenza a una partnership strategica, dove l’azienda mantiene sempre il volante. È l’essenza della vera sovranità digitale.

Perché la VPN cade alle 9:Come creare una rete 5G privata per la tua fabbrica e perché dovresti farlo?

Il classico problema della VPN aziendale che si satura alle 9 del mattino, quando tutti i dipendenti si connettono simultaneamente, è solo la punta dell’iceberg. Per un’azienda manifatturiera moderna, le esigenze di connettività vanno ben oltre l’accesso a una share di rete. Richiedono una rete ultra-affidabile, a bassissima latenza e con una copertura capillare per abilitare applicazioni critiche come robot mobili (AGV), computer vision per il controllo qualità e manutenzione predittiva basata su migliaia di sensori IoT. In questi scenari, una rete Wi-Fi tradizionale o una VPN non sono sufficienti. La soluzione emergente è la rete 5G privata.

Una rete 5G privata è un’infrastruttura di rete cellulare dedicata esclusivamente a un sito industriale o aziendale. A differenza del 5G pubblico, l’azienda ha il pieno controllo sulla copertura, sulla capacità e, soprattutto, sulla sicurezza. Questo permette di garantire performance altrimenti irraggiungibili: latenze inferiori ai 10ms, essenziali per il controllo in tempo reale di macchinari, e la capacità di connettere un numero massivo di dispositivi per metro quadro. Un caso d’uso emblematico è quello di un’azienda del distretto tessile di Prato, che ha implementato una rete 5G privata per il controllo qualità in tempo reale sui telai e per la movimentazione automatica dei materiali, ottenendo un significativo aumento di efficienza e una drastica riduzione degli errori.

L’investimento in una rete 5G privata, sebbene significativo, rientra pienamente negli incentivi del Piano Nazionale Transizione 4.0, che offre un credito d’imposta fino al 50% sull’acquisto di beni strumentali tecnologicamente avanzati. Dal punto di vista architetturale, la rete privata può essere collegata in modo sicuro al cloud pubblico o a un’infrastruttura di cloud sovrano come il Polo Strategico Nazionale (PSN), garantendo che i dati sensibili della produzione rimangano sotto la giurisdizione nazionale e conformi alle normative ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale). Questo modello ibrido (edge privato + cloud sovrano) è fondamentale per il futuro del settore manifatturiero italiano, un mercato, quello dei data center e cloud, che crescerà esponenzialmente fino a 40 miliardi di euro entro il 2030.

Per un CIO, la creazione di una rete 5G privata non è più fantascienza, ma una decisione strategica per costruire la “fabbrica del futuro”. Significa investire in un’infrastruttura nervosa che abiliterà l’automazione e la raccolta dati su una scala senza precedenti, ponendo le basi per un vantaggio competitivo duraturo.

Server Consolidation: spegnere 5 server vecchi per metterne uno nuovo virtualizzato quanto fa risparmiare?

La “server consolidation” tramite virtualizzazione è una delle strategie più efficaci per ottimizzare l’infrastruttura on-premise in un modello ibrido. Mantenere in funzione server fisici datati e sottoutilizzati non solo è inefficiente, ma rappresenta un costo operativo e un rischio per la sicurezza. L’idea è semplice: sostituire molteplici server vecchi, ciascuno dedicato a una singola applicazione, con un unico, potente server moderno sul quale girano più macchine virtuali (VM). Il risparmio non è solo una questione di hardware, ma un’equazione complessa che include energia, spazio, raffreddamento e costi di licenza. Ogni server fisico consuma energia 24/7, indipendentemente dal suo carico di lavoro. Spegnere cinque server da 500W e sostituirli con un unico server da 800W porta a un risparmio energetico immediato di oltre il 65%.

Questo impatto è tutt’altro che trascurabile, specialmente in Italia, dove si prevede che il consumo dei data center crescerà fino a 10 TWh annui entro il 2030, rappresentando circa il 3% del fabbisogno energetico nazionale. Oltre al risparmio energetico, la virtualizzazione offre agilità. Creare, clonare o spostare una VM è un’operazione che richiede minuti, non giorni, facilitando lo sviluppo, il testing e il disaster recovery. La scelta della piattaforma di virtualizzazione (hypervisor) è una decisione chiave che impatta il TCO. Soluzioni come VMware vSphere sono lo standard de facto in ambito enterprise, ma hanno costi di licenza importanti. Microsoft Hyper-V, incluso in Windows Server, rappresenta un’alternativa eccellente con un TCO spesso inferiore per le PMI. Per chi cerca la massima flessibilità e controllo dei costi, soluzioni open-source come Proxmox offrono performance notevoli con un modello basato su supporto opzionale, risultando la scelta con il TCO a 3 anni più basso per una PMI.

Consolidamento server con virtualizzazione e indicatori di risparmio energetico in data center italiano

Un calcolo realistico del risparmio deve considerare tutti questi fattori. Per un caso tipico di 5 server, il risparmio annuale può essere così schematizzato:

  • Risparmio energetico: ~€2.500/anno (assumendo un costo di 0,25 €/kWh).
  • Risparmio spazio rack: Liberazione di 4U di spazio, quantificabile in ~€400/anno in un data center in colocation.
  • Risparmio manutenzione hardware: ~€1.000/anno (evitando il rinnovo dei contratti di supporto su hardware obsoleto).
  • Costi di licenza: Variabili, ma con Hyper-V o Proxmox possono essere quasi azzerati rispetto a licenze per ogni server fisico.

A fronte di un investimento iniziale per il nuovo server e le eventuali licenze software, il ritorno sull’investimento (ROI) si ottiene tipicamente in 18-24 mesi. La consolidazione non è solo una misura di risparmio, ma un passo fondamentale per modernizzare la componente on-premise dell’architettura ibrida, rendendola più efficiente, resiliente e pronta per il futuro.

Punti chiave da ricordare

  • La sovranità operativa, che include il controllo dei costi e la possibilità di exit, è più importante della semplice sovranità dei dati.
  • Il calcolo del TCO di una soluzione ibrida deve includere costi specifici e spesso ignorati come egress fees, formazione e integrazione legacy.
  • Progettare l’architettura per la reversibilità, usando standard aperti come Kubernetes, non è un costo ma un’assicurazione strategica contro il vendor lock-in.

VPN Client-to-Site o Site-to-Site: quale architettura serve per collegare tre sedi e 50 smart worker?

La domanda su quale tipo di VPN utilizzare è, oggi, un falso dilemma. Per un’azienda distribuita con sedi multiple (es. Milano, Napoli, Verona) e una forza lavoro significativa in smart working, le architetture VPN tradizionali mostrano tutti i loro limiti. Una VPN Site-to-Site crea un tunnel permanente tra le sedi, ma non gestisce in modo efficiente gli utenti remoti, che devono connettersi al data center centrale (hairpinning), causando latenza e saturazione della banda. Una VPN Client-to-Site, d’altra parte, richiede una gestione complessa dei client e delle policy di sicurezza su centinaia di dispositivi eterogenei. Entrambe le soluzioni non sono state progettate per un mondo “cloud-first” e “work-from-anywhere”.

La risposta architetturale moderna è il superamento della VPN verso un modello SASE (Secure Access Service Edge). Il SASE non è un prodotto, ma un’architettura che converge le funzioni di rete (come l’SD-WAN) e di sicurezza (come firewall as a service, secure web gateway, ZTNA) in un unico servizio erogato dal cloud. L’idea di base è spostare il perimetro di sicurezza dall’infrastruttura fisica all’identità dell’utente. Indipendentemente da dove si trovi l’utente (in ufficio a Milano, a casa o da un cliente) e da quale applicazione stia usando (on-premise o SaaS), il traffico viene instradato al più vicino “point of presence” (PoP) del provider SASE. Qui, vengono applicate policy di sicurezza centralizzate e contestuali prima di inoltrare il traffico a destinazione sulla rotta più ottimale.

Questo approccio risolve i problemi delle VPN tradizionali:

  • Elimina l’hairpinning: Il traffico destinato al cloud va direttamente al cloud, senza passare dal data center aziendale, riducendo drasticamente la latenza.
  • Sicurezza centralizzata e uniforme: Le policy di sicurezza sono coerenti per tutti gli utenti e dispositivi, indipendentemente dalla loro posizione.
  • Migliora l’esperienza utente: Gli utenti beneficiano sempre della connessione più veloce e sicura, con accesso trasparente a tutte le risorse aziendali.
  • Gestione semplificata: L’IT gestisce un’unica console per rete e sicurezza, riducendo la complessità operativa.

Per l’azienda con tre sedi e 50 smart worker, un’architettura SASE fornita da un operatore con una solida infrastruttura nazionale, come quella di TIM Enterprise con i suoi 16 data center, garantisce performance ottimali e conformità GDPR. Non si tratta più di scegliere tra Client-to-Site o Site-to-Site, ma di adottare un’architettura di rete e sicurezza pensata per la realtà ibrida e distribuita di oggi.

Per mettere in pratica questi concetti, il passo successivo consiste nell’eseguire un audit architetturale della vostra attuale infrastruttura, identificando i punti di debolezza rispetto ai principi di sovranità operativa, controllo dei costi e agilità qui discussi. Valutate ora la soluzione più adatta a colmare questi gap e a costruire un futuro ibrido realmente sostenibile.

Scritto da Giulia Romano, Data Center Operations Manager e Cloud Architect con 12 anni di esperienza nella gestione di infrastrutture ibride ad alta disponibilità. Esperta in strategie di Disaster Recovery, virtualizzazione e ottimizzazione energetica (Green IT).